Il video del “bambino che scappa”: ecco perché i professionisti dell’informazione non dovrebbero mostrarlo

Ci segnalano i nostri contatti una coppia di video del “bambino che scappa” durante le manifestazioni nel settentrione, un bambino vestito come un “black block”, che si aggira tra le proteste deriso dal narratore per la sua scarsa altezza dovuta all’età.

Non esistono altre copie del video, e quindi non è possibile nell’era dello ZeroClick e dei video in AI avere la certezza assoluta, ma ci sono dei segnali che fanno pensare al fatto che il video sia reale.

Vi saranno aggiornamenti, ovviamente, se si dimostrasse un falso così perfetto da incoporare tutti gli elementi che abbiamo riscontrato: per ora possiamo parlare degli stessi elementi.

Tutto quello che sappiamo del video del video del “bambino che scappa” durante le manifestazioni

Una indagine sui medatati mostra che i file hanno il campo interno di TikTok aigc_label_type: 0. La cosa si traduce nell’effetto visibile per lo spettatore: i video su TikTok possono essere segnalati come “contenuto generato con AI” o meno. Ovviamente pochi bufalari si autoaccusano del falso, però possiamo passare agli altri elementi.

La ripresa ad esempio: è decisamente “sporca” l’inquadratura trema molto e a un certo punto c’è un movimento rapido con sfocatura e luci arancioni. Si vede anche la mano di chi filma che entra ed esce dall’inquadratura, e l’audio è sporco e raccoglie rumori ambientali. I generatori AI producono di solito movimenti di camera più fluidi e “cinematografici”, nonché un audio decisamente “pulito” e adirezionale.

Manca un’altra pecca tipica dei video con AI: la mancanza di coerenza. Lla mano ha cinque dita normali in tutti i fotogrammi. Sul giubbotto del ragazzo il logo, la cerniera, il bordo di pelliccia e lo zaino restano uguali da un fotogramma all’altro. Anche il logo Nike sulla scarpa è corretto. Parimenti la parte del viso del ragazzino, occhi, ciocche bagnate e scaldacollo, risulta stabile nei primi piani, senza deformazioni o “morphing”.

La stabilità è presente anche nello sfondo, in cui il cestino rovesciato, i rifiuti a terra, il furgone, gli alberi e le persone sullo sfondo restano al loro posto e si muovono in modo fisicamente plausibile. Nessuna figura appare o scompare, e la pavimentazione in sampietrini/selciato bagnato presenta fughe e riflessi coerenti con la luce ambientale.

La scena corrisponde inoltre a quanto riportano i media. A Milano il 17 e 18 ottobre la protesta contro il carovita è degenerata in scontri, con moltissimi minorenni incappucciati che si filmavano e pubblicavano i video sui social.

Appurato che il video è reale, perché non mostrarlo?

l diritto di cronaca non è assoluto e trova un limite invalicabile quando si tratta di minorenni coinvolti in azioni criminose, sui quali vige il divieto assoluto di pubblicare video o immagini identificative. Questa tutela non serve a “nascondere i reati”, ma a proteggere la possibilità di recupero del minore, come stabilito dalla Carta di Treviso e dalle leggi italiane ed europee.

Nel dibattito pubblico si confonde spesso il “diritto del pubblico a sapere” con il “diritto di vedere tutto”. Quando parliamo di minori, però, la priorità dell’ordinamento giuridico cambia radicalmente.

Dobbiamo prendere in considerazione almeno tre elementi:

  • Il principio della non stigmatizzazione: Un video online è per sempre. Archiviare pubblicamente l’errore di un minorenne significa marchiarlo a vita. Questo distruggerebbe il suo percorso scolastico, sociale e lavorativo futuro, impedendogli di cambiare.
  • La funzione rieducativa della giustizia: Per i minori, la pena ha uno scopo quasi esclusivamente rieducativo e di reinserimento. La gogna mediatica produce l’effetto opposto: isola il giovane e rischia di spingerlo ancora di più verso la criminalità.
  • L’effetto emulazione o “eroicizzazione”: Spesso, la diffusione virale di video violenti trasforma i protagonisti in “idoli” all’interno di determinate subculture giovanili, alimentando un circolo vizioso di emulazione.

La tutela dei minori non è una scelta di buon cuore del giornalista, ma un obbligo di legge.

Conclusione

Informare la collettività del fatto che un reato sia avvenuto è diritto di cronaca. Mostrare le immagini di chi lo ha commesso, se minorenne, è voyeurismo giuridicamente e socialmente dannoso. Proteggere l’anonimato dei ragazzi non significa giustificarli, ma garantire che la società possa recuperarli anziché condannarli a rimanere criminali per sempre.