Tutta la verità sulla AI che assume l’AI: l’esperimento di Graham Dot Zip

Ci sono storie che hanno del surreale: una di queste è la storia di Graham Dot Zip, influencer del settore digitale che nasconde il suo cognome dietro un’estensione file per difendere la sua privacy.

Se l’obiettivo di un influencer è creare viralità, ce l’ha fatta. Il nostro improbabile eroe postmoderno è riuscito a finire su tutte le testate tecniche e generaliste come un moderno John Henry, l’uomo che ha sfidato la macchina.

In questo caso la sfida costituiva nel creare un suo avatar virtuale, Victor, da mandare a discutere con Pat, l’avatar virtuale di una “grande società” in modo da superare un colloquio di lavoro e ottenere un lavoro di gran prestigio e responsabilità.

Un esperimento devoluto rapidamente in un teatro dell’assurdo.

Premessa: non esiste alcuna società che assume mediante Pat (ma ben potrebbe)

La premessa che molte testate omettono è che l’intera situazione è una messa in scena.

Sia la “Megaditta” (Brightwell Home) che il curriculum di Graham il gran lavoratore non esistono.

Allo scopo di illustrare i mali del reclutamento a mezzo AI, Graham ha programmato entrambi gli avatar usando soluzioni però facilmente reperibili sul mercato delle Intelligenze Artificiali, definendo ruoli, parametri e personalità. Si tratta quindi di satira speculativa, quella che un tempo avremmo chiamato un esperimento sociale, in un’epoca in cui basta usare le parole più altisonanti possibili per descrivere il concetto più grottesco possibile ed ottenere una raffigurazione pedissequa del mondo che conosciamo.

Tutta la verità sulla AI che assume l'AI: l'esperimento di Graham Dot Zip
Tutta la verità sulla AI che assume l’AI: l’esperimento di Graham Dot Zip – Fonte YouTube

Anche se la cornice era una messa in scena comica, i due modelli linguistici hanno operato in tempo reale senza un copione scritto battuta per battuta, producendo cortocircuiti comunicativi del tutto autentici.

Poteva andare tutto male: è andato peggio

In un brevissimo ma intenso video di sei minuti il peggio delle falle dell’attuale tecnologia di modelli generativi lasciati senza supervisione si è unito alle peggiori falle dei “colloqui di lavoro vecchio stile”.

Alle allucinazioni si sono uniti i bias: una IA è pur sempre uno strumento che concatena parole secondo un ordine di statisticamente probabile basato su quanto sia probabile in un dataset umano. Rigurgita quanto statisticamente parlando una media di esseri umani avrebbe fatto. Il risultato?

Avete presente la gag dell’impiegato al colloquio di lavoro che gonfia il suo curriculum in modo grottesco? La gag dello studente di giurisprudenza che dichiara di aver scritto la Costituzione nel tempo libero o dello studente di ingegneria che si attribuisce la creazione di uno o più monumenti famosi? Gag basate ovviamente su tendenze umane, quelle a sovrastimare le proprie capacità curriculari trasformando ad esempio un corso su Duolingo in una certificazione linguistica e un corso online di 40 ore nella prova di competenza assoluta.

Gag che dalla statistica si sono tradotte nella pratica: Victor ha trasformato il semplice aspirante impiegato Graham in una figura manageriale di elevato livello in grado di salvare dalla rovina i suoi precedenti datori di lavoro chiedendo immediata obbedienza.

Una salva di lodi tale da costringere il Graham umano a intervenire cercando di fermare Victorm, che però ha tratto dall’esperienza statistica un secondo dato contraddittorio.

Statisticamente parlando, i colloqui di lavoro sembrano gradire il superuomo “economico”, la divinità industriale che puoi assumere per il prezzo di una pizza e una birra. La stessa AI che aveva descritto Graham come un superman della finanza, ha deciso di svendere il suo Superman a 60mila dollari annui mentre Graham insisteva per 140mila e Pat per 90mila.

Statisticamente parlando ha senso: un “cacciatore di teste” cercherà sempre di offrire qualcosa di più per attirare un impiegato promettente, ma non quanto questo chiede. Un impiegato disperato per la ricerca di un posto di lavoro cercherà di proporsi a meno.

In una sorta di versione grottesca dell’incontro tra l’oggetto immobile e la forza inarrestabile, Pat e Victor hanno invertito i ruoli con Pat disponibile a pagare Graham più di quanto Victor avrebbe consentito.

L’assurdità non si è finita qui: i due modelli hanno chiuso una disonorevole trattativa in un loop di saluti infiniti che ha costretto il comico a fermare l’esperimento.

Dalla satira alla realtà: come funzionano davvero i filtri ATS

Se la parodia di Graham colpisce nel segno, è perché la realtà del mercato del lavoro non è poi così distante da questa distopia. Anche se raramente ci si imbatte in un avatar che parla a voce, milioni di candidati ogni giorno si scontrano con guardiani algoritmici invisibili: i software ATS (Applicant Tracking System).

Nati originariamente come archivi digitali per catalogare i curricula, gli ATS si sono evoluti integrando moduli di intelligenza artificiale per automatizzare la selezione iniziale: le AI ora sanno leggere i documenti, e possono scansionare i curriculum cercando parole chiave. Il che comporta che l’uso di sinonimi o linguaggio non statisticamente convenzionale sarà penalizzato.

Una volta “letto” il curriculum questo verrà assegnato ad un punteggio semantico per scremare i voti vassi, per poi passare a risposte preimpostate.

Questo scenario ha già dato il via a una silenziosa “corsa agli armamenti”: i candidati hanno iniziato a usare l’IA generativa per ottimizzare i propri CV inserendo le parole chiave giuste (talvolta persino scritte in bianco sullo sfondo per ingannare i parser), mentre i software aziendali implementano nuovi filtri per individuare i testi generati da ChatGPT.

La provocazione: il rischio dell’internet vuoto

Quando un’organizzazione delega a una macchina il primo contatto con un essere umano, invia un messaggio implicito: il tempo dell’azienda è prezioso, il tuo no.

La trovata di mandare un clone virtuale al posto del candidato è la risposta simmetrica a questa disumanizzazione. Se le aziende usano algoritmi per valutare i lavoratori, i lavoratori useranno algoritmi per superare i filtri aziendali.

Il paradosso inscenato da Graham mostra il punto di arrivo di questa dinamica: un circolo chiuso in cui software parlano con altri software scambiandosi lusinghe prefabbricate, mentre le persone reali restano escluse dalla stanza. L’esperimento, pur nato come finzione comica, funziona come un perfetto monito: l’efficienza a tutti i costi non può sostituire il giudizio umano, l’intuito e l’autenticità delle relazioni professionali.