Ronde, assalti agli atenei e aggressioni mirate a Milano: l’audio virale che semina il panico su WhatsApp

Nelle ultime ore le chat studentesche e i gruppi WhatsApp milanesi sono stati investiti da un’ondata di messaggi vocali allarmistici. Tra questi, un file audio circolato con insistenza descrive scenari da guerriglia urbana permanente: bande a volto scoperto che darebbero la «caccia allo straniero», minacce imminenti di assalto coordinato a università e musei (citando Bicocca, Politecnico e Policlinico) e appelli disperati a «non uscire di casa» e «far girare il messaggio a tutti i conoscenti».

Si tratta dell’ennesimo caso di panico morale amplificato dal telefono senza fili digitale, in cui timori incontrollati e voci non verificate si innestano sulla scia emotiva di reali fatti di cronaca, trasformandosi in una catena virale priva di riscontri oggettivi.

Sostanzialmente l’ennesimo audio fake creato allo scopo di cavalcare l’allarmismo e la paura, spesso per una serie di scopi che vedremo al termine della disamina.

Cosa sostiene il messaggio vocale

La nota vocale, registrata con tono concitato da una persona che afferma di riferire eventi vissuti in prima persona o da amici stretti, ha la seguente trascrizione:

«Allora, non trovo più il video, ma raga veramente è una questione serissima adesso. Quindi per favore cercate di ascoltare tutti gli audio, se trovo altri video, post o live ve le mando. Non so se sapete cosa cazzo è successo ieri, della manifestazione che poi è diventata un merdaio e basta, e che sta andando avanti ancora adesso.

Si sono creati dei gruppi che vanno in giro e letteralmente picchiano a sangue ogni tipo di straniero che vedono. Ogni fottuto tipo di straniero. Stanno… quelli che stanno distruggendo il Duomo e tutta Milano stanno prendendo di mira le banche più importanti, i musei e le università. Vogliono farsi Bicocca, Politecnico, Policlinico, quel cazzo che sia, tutte le università di Milano, le vogliono prendere, distruggere e come hanno fatto ieri ed oggi prendere le persone, picchiarle, derubarle, accoltellarle senza nessun fottuto motivo.

Io domani penso di venire, ma guardo com’è la situazione perché se poi vedo che letteralmente devo rischiare per venir me ne all’università non vengo onestamente. Però soprattutto a voi che magari avete dei profili che non sembrano italiani — scusate il razzismo, non lo sono, ma non so in che altro modo spiegarlo —, state fottutamente attente. Ditelo a tutti i vostri amici, ai vostri parenti, a quel cazzo, a tutte le persone che conoscete.

Perché hanno preso un mio amico oggi, letteralmente 20 minuti fa, l’hanno massacrato di botte solo perché ha gli occhi a mandorla, che è filippino. Quindi per favore state attenti, per favore, perché sono gruppi di gente che non è che la riconosci perché non ha la faccia coperta, non hanno maschere, non hanno niente. Son gente normalissima che prende persone e le spacca di botte senza nessun fottuto motivo.»

Gli elementi costitutivi sono tre: l’audio dichiara la presenza di «ronde indiscriminate»: gruppi di aggressori a volto scoperto che massacrerebbero per strada chiunque “sembri straniero”, millanta attacchi pianificati alle sedi universitarie e invita alla condivisione a catena.

Come in tutte le fake news, c’è sempre la figura dell'”amico” presa dalle leggende metropolitane. L’amico che manda un video che “curiosamente nessuno trova”, l'”amico filippino” che potrebbe testimoniare di essere stato massacrato di botte ma non è al telefono e il corollario di prove che prove non sono.

L’analisi dei fatti: perché si tratta di disinformazione allarmistica

Proviamo ad essere razionali solo per un momento: incrociando i bollettini delle forze dell’ordine, le comunicazioni degli atenei milanesi e le fonti di cronaca noteremo che niente di quello che è successo nel video è accaduto.

Non esistono comunicazioni da parte della Questura, della Prefettura o dei rettorati circa minacce strutturate contro le strutture accademiche milanesi. Le attività didattiche proseguono regolarmente e non sono state disposte misure di emergenza legate a presunte devastazioni mirate degli atenei.

Parimenti in nessuna agenzia stampa, anche solo locale, compare la figura dell’amico filippino massacrato di botte. La mancanza di elementi di luogo, denunce formali o riscontri sanitari impedisce qualsiasi verifica e alimenta la percezione di un pericolo diffuso e incontrollabile, cosa che è tipica di questo genere di fake news.

Come spesso accade all’indomani di cortei o manifestazioni di piazza che registrano tensioni o danni circoscritti, la narrazione telematica tende a rendere iperbolici i fatti. Nell’arco di poche ore, le chat si popolano di resoconti apocrifi che attribuiscono ai manifestanti — o a contro-gruppi rivali — piani coordinati di violenza capillare mai avvenuti.

Le chat diventano il contraltare audio di un fenomeno che abbiamo visto: i video e le foto deepfake con scene di violenza inesistenti, vagamente ispirate a quelle reali e costruite per la viralità.

La struttura da manuale della catena di panico

L’audio in questione racchiude tutti i gli elementi tipici della manipolazione emotiva.

  1. La prova mancante fin dall’esordioL’audio si apre con frasi come «Non trovo più il video, ma raga è una questione serissima…». L’assenza della prova visiva viene giustificata immediatamente, chiedendo all’ascoltatore un atto di fede cieca.
  2. L’urgenza e la chiamata alla mobilitazioneFormule quali «Ditelo a tutti i vostri amici, ai parenti, a tutti quelli che conoscete» sfruttano l’ansia di protezione verso la propria cerchia sociale, spingendo le persone a inoltrare il file prima di averne verificato l’autenticità.
  3. La figura dell’amico della vittimaLa formula «Hanno preso un mio amico poco fa» rende il racconto apparentemente credibile e umano, ma rimane sistematicamente anonima e priva di coordinate verificabili (chi, dove, quali soccorsi sono intervenuti).
  4. Il nemico invisibile e onnipresenteDescrivere gli aggressori come «gente normalissima a volto scoperto» aumenta la paranoia collettiva, poiché trasforma qualsiasi passante in una potenziale minaccia, col rischio che qualcuno, impressionato da una minaccia inesistente, decida di rendersi una minaccia reale. Pensate al caso dell’utente che “mobilitato”, decida di farsi giustizia da sé picchiando un “sospetto” perché troppo vicino ad una facoltà universitaria o una persona di colre.

Come ci si può difendere?

Il primo passo è sempre interrompere la catena: non condividere file audio, screenshot o inoltri anonimi nei gruppi familiari, scolastici e di lavoro. Il secondo passo è verificare: se una città fosse realmente ostaggio di ronde armate o bersaglio di attacchi coordinati alle università, le comunicazioni di allerta verrebbero diramate tempestivamente da Questura, Protezione Civile, Prefettura e organi di stampa accreditati.

Il terzo passo è rispondere con cautela: linkare questo articolo è un perfetto metodo. Il “muro contro muro”, ovvero affrontare a muso duro chi diffonde la fake news, non necessariamente l’autore come vedremo, è un modo eccellente per aumentare la polarizzazione.

Sentendosi aggredito il condivisore deciderà di puntare sul complesso del Salvatore e dichiararsi vittima di più ingiustizie di fila: bisogna invece segnalare a chi inoltra questi contenuti che la diffusione di notizie allarmistiche prive di fonte genera solo ansia immotivata e rischia di configurare il reato di procurato allarme, cagionandogli dunque gravi conseguenze legali.

L’audio: perché?

Sappiamo ora che è una fake news: non sappiamo però perché. Ma possiamo spiegarlo.

La proliferazione di audio allarmistici su piattaforme di messaggistica istantanea risponde a dinamiche psicologiche, sociologiche e talvolta manipolative ben precise. Nella maggior parte dei casi non c’è una regia criminale occulta, ma una convergenza tra bisogni emotivi individuali e le caratteristiche tecniche del mezzo.

La sindrome del salvatore (buona fede emotiva)

Molti di questi contenuti nascono paradossalmente con un intento protettivo. L’autore ha percepito una minaccia — reale o presunta — e avverte l’urgenza morale di avvisare la propria cerchia ristretta. L’audio diventa un atto di altruismo disinformato: la paura paralizza il senso critico, rendendo secondaria la verifica dei fatti rispetto alla necessità percepita di «salvare» amici e parenti prima che sia troppo tardi.

Capitale sociale e protagonismo informativo

Possedere un’informazione drammatica, esclusiva o non ancora coperta dai media tradizionali conferisce una forma immediata di rilevanza sociale:

  • Senso di esclusività: Chi registra si sente un testimone privilegiato o un intermediario («so qualcosa che gli altri ignorano»).
  • Moneta relazionale: All’interno di gruppi chiusi (colleghi di corso, amici, condomini), lanciare l’allarme pone il mittente al centro dell’attenzione e della conversazione, gratificando il bisogno di visibilità e utilità percepita.

Sia chi crea una fake news, che chi la diffonde, nel momento della diffusione diventa improvvisamente parte degli eventi, non più soggetto passivo della storia ma in grado di manipolarlo e avere a disposizione una forma di potere e controllo delle folle che altri non hanno

Effetto “telefono senza fili” ed esasperazione progressiva

Spesso la catena parte da un micro-evento reale (un diverbio isolato, un presidio rumoroso, una sirena in lontananza). Quando la notizia passa oralmente da una chat all’altra, subisce una distorsione cognitiva: i dettagli secondari cadono, gli elementi di pericolo vengono amplificati, e l’evento minore diventa una caccia all’uomo,

Il potere disarmante del “bias della voce”

Il formato vocale non è casuale: Intercalari, respiro affannato, pause concitate e tono ansioso conferiscono un’aura di autenticità viscerale che il testo scritto non possiede, trasformando il narratore nella voce dell'”uomo comune”. Chi ascolta percepisce il messaggio non come una notizia giornalistica da sottoporre a fact-checking, ma come la testimonianza spontanea di una persona fragile e impaurita. Mettere in dubbio il contenuto sembra quasi un atto di cinismo verso la sofferenza dell’interlocutore, e l’arma principale di chi condivide simili fake news è trasformarla in un plebiscito in cui chiedere prova “calpesta” il suo dolore e la sua emotività.

Vi è però un rischio: il trolling calcolato

Trolling e polarizzazione calcolata

Accanto alla paura genuina, esiste una quota di audio generati intenzionalmente per scopi meno ingenui:

  • Griefing e caos fine a se stesso: Utenti che creano messaggi allarmistici solo per testare la credulità della rete e godersi lo spettacolo della psicosi collettiva che rimbalza dai gruppi studenteschi ai telegiornali.
  • Alimentazione di polarizzazioni politiche o securitarie: Fabbricare un clima di guerriglia imminente — evocando bande etniche o, al contrario, ronde fasciste a caccia di stranieri — serve a cementare paure identitarie e a giustificare risposte aggressive o richieste di stretta repressiva.
  • Click-farming e canali Telegram: Innescare il panico per poi condividere link a canali “emergenza”, dove seguire gli sviluppi in tempo reale, convertendo la paura in follower per future monetizzazioni.

La combinazione tra una mente in allarme, l’accesso a un microfono tascabile e un pulsante “Inoltra a molti” trasforma in pochi minuti una suggestione soggettiva in una verità percepita da migliaia di persone.