Sta girando sui social una “Bustina di un Umberto Eco”, corruzione della “Bustina di Minerva”, ovvero la rubrica culturale e ironica curata da Umberto Eco sull’ultima pagina del settimanale l’Espresso, pubblicata dal 1985 al 2016. La rubrica prendeva il nome dai fiammiferi Minerva, oggetto ormai vintage venduto in scatoline di cartone usate per prendere estemporanei appunti quando non vi era nulla di meglio per farlo, e raffigurava una estemporanea espressione di pensiero del noto scrittore, saggista e pensatore.

Espressione di pensiero che secondo il popolo della Rete avrebbe previsto ChatGPT ipotizzando un apparecchio elettronico in grado di “riassumere il sapere per un ragazzino di 14 anni” e di creare compiti in classe per i giovani e falsi convincenti: in una parola, avrebbe previsto l’Intelligenza Artificiale ed i suoi abusi moderni.
Certo, potremmo obiettare che il primo chatbot della storia, non una IA di sicuro ma il primo “apparecchio elettronico” in grado di “simulare una conversazione” sia ELIZA, creato nel 1966 da Joseph Weizenbaum al MIT. E potremmo anche obiettare che Turing aveva già previsto computer in grado di “passare per umani”.
Ma sarebbe fatica sprecata: il testo di “Eco contro le AI” è un falso creato con AI che contiene tutte le riflessioni e obiezioni create ad oggi contro le stesse.
La Bustina di Umberto Eco contro l’Intelligenza Artificiale è un fake (creato con la IA)
Basta dare un’occhiata al testo: giusto sotto la M compaiono caratteri distorti che non appartengono a nessuna frase, le tre colonne sono allineate in modo completamente erroneo (la seconda colonna, quella di mezzo, è ridicolmente piccola rispetto alle altre e sono storte rispetto al margine di pagina) e il foglio è retto da un pollicione evidentemente posticcio e creato con AI.
Il resto del testo segue le convenzioni linguistiche tipiche della AI, quel linguaggio un po’ banale e un po’ ampolloso che viene creato perché una AI non pensa nel modo convenzionalmente umano, ma semplicemente assembla i concetti presenti nel suo dataset con un linguaggio statisticamente probabile.

Sostanzialmente qualcuno ha richiesto ad una AI una disquisizione sui problemi dell’uso della AI nel mondo moderno, ma scritto “nello stile di Umberto Eco” (cosa purtroppo possibile col corretto prompting), ha richiesto di incasellarla in una pagina coerente con la “Bustina di Minerva” senza neppure ricordarsi che la rubrica si chiama “Bustina di Minerva” e non “Bustina di Umberto Eco” e pubblicato il risultato.
Ulteriore controprova: il testo che non esiste
Partiamo da un dato: la Bustina di Minerva non era settimanale ma quindicinale.
Non uscì alcun numero dell’Espresso il giorno 11 Aprile del 2010: il giorno 9 Aprile non uscì la rubrica. Il giorno 16 Aprile uscì invece un contributo chiamato Alto, Medio, Basso, legato al saggio Masscult and Midcult del critico letterario Dwight Macdonald, definito da Eco un “bellissimo e aristocraticissimo saggio” dedicato alla creazione di una “Midcultura”, a metà tra la cultura alta e la cultura bassa che annacqua e volgarizza la cultura “alta” trasformando l’intero sapere in prodotto.

Ironicamente, quello che sta succedendo proprio in queste ore trasformando, con l’aiuto della AI, una serie di contributi filosofici e legati alla più profonda comprensione della sociologia in una “pappetta culturale predigerita” creata sullo stilema del “Non lo ha mai detto ma potrebbe averlo pensato”, parte della lunghissima stura di apocrifi che da Churchill a Pertini attribuiscono le banalità più imbarazzanti e le riflessioni più trite al famoso di turno in modo da renderle prodotto virale e predigerito.